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DIRITTO MILITARE • DIRITTO AMMINISTRATIVO • DIRITTO PENALE • DIRITTO CIVILE

MILANO - ROMA - VERONA

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Militari e sicurezza sul lavoro: l'affiancamento non basta e non sostituisce la formazione

Nelle Forze armate la sicurezza sul lavoro è regolata dal D.Lgs. 81/2008, che si applica anche al personale militare nei limiti di compatibilità fissati dal Codice dell'ordinamento militare (D.Lgs. 66/2010) e dal relativo Testo unico regolamentare (D.P.R. 90/2010). Una recente sentenza della Corte di cassazione penale ha chiarito un punto decisivo: l'addestramento militare, anche quando impartito tramite affiancamento a personale esperto, non sostituisce l'informazione e la formazione sui rischi lavorativi previste dagli articoli 36 e 37 del D.Lgs. 81/2008.

La pronuncia va oltre il tema della formazione. Chiarisce chi risponde, lungo la catena di comando, quando un infortunio nasce da un rischio mai valutato. Il comandante di un'unità può essere datore di lavoro anche senza autonomia di spesa e, se non ha i mezzi per eliminare un rischio, deve sollecitare chi può intervenire, adottare misure provvisorie o sospendere l'attività. Per i vertici della Forza armata, invece, il ritardo nell'attuare le norme di sicurezza equivale a un'omissione, e nessuna circolare interna può rinviarne l'applicazione.

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Abuso d'autorità – artt. 195 e 196 c.p.m.p.: violenza, minaccia o ingiuria a un inferiore – cosa prevede la legge

Nel codice penale militare di pace, l'abuso d'autorità è il gruppo di reati che il superiore gerarchico commette contro un militare di grado inferiore. Le due figure principali sono la violenza contro un inferiore (art. 195 c.p.m.p.) e la minaccia o ingiuria a un inferiore (art. 196 c.p.m.p.). Entrambe presuppongono un rapporto gerarchico tra autore e vittima e un collegamento del fatto con il servizio o con la disciplina: quando questo collegamento manca, l'art. 199 c.p.m.p. esclude il reato militare e il fatto viene valutato alla luce del codice penale comune.

L'abuso d'autorità militare non va confuso con l'abuso d'ufficio, il reato del codice penale comune che la legge n. 114 del 2024 ha abrogato. Si tratta di istituti diversi: l'abrogazione dell'abuso d'ufficio non ha alcun effetto sui reati degli artt. 195 e 196 c.p.m.p., che restano pienamente in vigore.

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Diffamazione attraverso l'utilizzo dei social network e app di messaggistica

Un commento pubblicato sulla bacheca di un social network, un messaggio inviato in un gruppo di colleghi, un video caricato su una piattaforma di condivisione. Sono gesti che richiedono pochi secondi e che, in alcuni casi, integrano il reato di diffamazione.

La regola generale è semplice da enunciare: si risponde di diffamazione quando si offende la reputazione di una persona comunicando con più soggetti, senza che l'offeso sia presente nel momento in cui l'offesa viene percepita. Il mezzo utilizzato non cambia la sostanza del reato, ma incide pesantemente sulla pena.

Per chi indossa una divisa il quadro si complica. Accanto alla diffamazione comune esiste una figura autonoma di diffamazione militare, con regole di procedibilità proprie. E accanto al processo penale corre, autonomo, il procedimento disciplinare, che segue tempi e logiche diverse.

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Differenze tra Diritto Penale Militare e Ordinario: Minaccia e Ingiuria a Confronto

Un insulto rivolto da un civile a un altro civile non costituisce più reato dal 2016. Lo stesso insulto, rivolto da un militare a un altro militare, resta un reato punito con la reclusione militare. È una delle differenze più nette tra codice penale ordinario e codice penale militare di pace, e riguarda due figure che nella descrizione sembrano identiche ma che nelle conseguenze non lo sono affatto: l'ingiuria (art. 226 c.p.m.p.) e la minaccia (art. 229 c.p.m.p.).

La ragione non sta nella gravità del gesto in sé, ma in ciò che le due discipline proteggono. Il codice penale ordinario tutela l'onore e la libertà morale della singola persona. Il codice penale militare tutela, oltre a questi, la disciplina e il servizio: l'offesa tra militari non incide soltanto su chi la riceve, ma sul funzionamento della struttura in cui entrambi operano.

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Falso nel rapporto di servizio militare: è falso in atto pubblico e non violata consegna

Un militare che, per coprire un allontanamento non autorizzato, annota nel rapporto di servizio un turno svolto regolarmente commette soltanto una violazione disciplinare o un reato militare minore? Oppure risponde di qualcosa di molto più grave? Con la sentenza n. 1761/2026 la Corte di Cassazione ha dato una risposta netta: alterare un rapporto di servizio per occultare un'assenza integra il delitto di falso ideologico in atto pubblico, che si aggiunge — e non si sostituisce — all'eventuale violata consegna. Una differenza tutt'altro che teorica, perché cambia radicalmente la pena, i termini di prescrizione e le conseguenze sulla carriera. In questo articolo spieghiamo, in modo chiaro anche per chi non è addetto ai lavori, cosa ha deciso la Corte, perché il rapporto di servizio è considerato un atto pubblico e cosa rischia concretamente chi si trova coinvolto in una vicenda simile.

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